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SVN 35

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Il numero di SVN che vi accompagnerà nella prima parte dell'estate. Tanti articoli e nuove rubriche

GS 58 PERFORMANCE

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EDITORIALE La luce della prudenza Ci sono cose in mare che si possono fare, ma che è meglio non fare. Chi naviga per diporto, non dovrebbe mai forzare troppo il destino e dovrebbe navigare sempre guidato dalla luce della prudenza soprattutto se da questo dipendono altre vite Maurizio Anzillotti Nei due mesi trascorsi dall’ultima uscita di SVN sono successe molte cose. Una di queste credo segnerà la storia della vela di questi ultimi anni: il naufragio del DiPiù contro il frangiflutti del porto canale di Rimini, un dramma che ha preteso un tributo pesante in vite umane. Quattro persone sono morte in pochi minuti a causa di una serie di errori umani. A questo dramma abbiamo dedicato un lungo articolo-inchiesta su questo numero: le conclusioni ci dicono che lo skipper ha corso dei rischi che non doveva correre e quei rischi, alla fine, per una manovra sbagliata hanno determinato la tragedia. Qui vorrei soffermarmi sul perché a volte persone che solitamente sono prudenti, esperte di mare e della vita, si lasciano andare a degli azzardi che non portano a nulla. Il DiPiù è partito con mare molto mosso e vento oltre i 30 nodi per percorrere 900 miglia sino a Taranto. Perché partire con quelle condizioni meteo? Queste non erano veramente proibitive per chi aveva l’esperienza di alcune persone dell’equipaggio del DiPiù, sarebbe stato duro e scomodo ma si poteva fare. Ancora una volta però la domanda è, perché. I velisti vanno in barca per diporto, è la definizione stessa della nostra attività, vela da diporto, ovvero, veleggiare per piacere, uscire in mare per diletto, per il gusto di seguire il vento, sentire il sale sulla pelle. Ma se è un piacere, perché abbiamo bisogno di esasperarlo, perché dobbiamo rischiare? Certo quando il mare è grosso e il vento tira forte, l’adrenalina circola veloce nel sangue e ci sentiamo inebriati. Gli incidenti che accadono in mare, pochi fortunatamente, nella quasi totalità dei casi sono da attribuirsi a errori umani, scelte sbagliate e rischi inutili. Non ho nulla in contrario che un velista corra dei rischi, ho fatto il solitario per molto tempo e mi sono preso i miei rischi. Quello che ho difficoltà a capire è perché farli correre agli altri. Alcuni membri dell’equipaggio, di cui in particolare uno dei due sopravvissuti, avevano un’esperienza limitata, probabilmente non sufficiente per decidere quanto fosse pericoloso uscire quel giorno in mare; con quale autorità lo skipper ha deciso di esporre quelle persone che si fidavano di lui a quei rischi? Mi spiace che lo skipper abbia perso la vita nel naufragio, ma la mia domanda non cambia: perché uscire con quelle condizioni meteo? m.anzillotti@solovela.net Maurizio Anzillotti 3

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